Museo del Vetro

Museo del Vetro

APPROFONDIMENTI

Tipi di vetro e tecniche vetrarie nei secoli XV – XVII

Colorazione del vetro. I coloranti sono generalmente ossidi metallici che aggiunti alla miscela vetrificabile sviluppano la loro azione nella fase di fusione determinando la colorazione del vetro. Per esempio l’ossido di rame rameico produce la tonalità verde acquamarina, l’ossido di rame rameoso il rosso, l’ossido di cobalto il blu, la combinazione dell’ossido di ferro con l’ossido di cromo il verde, il biossido di manganese, a seconda delle quantità impiegate,  il viola e il nero, il ferro il marrone e dall’antimonio il giallo. Ci sono poi colorazioni, come la gamma che va dal giallo al rosso, che sono prodotte da sospensioni colloidali di particelle microscopiche che si separano dal vetro fuso durante il raffreddamento. Inoltre la colorazione del rubino può essere ottenuta sia con l’utilizzo di una piccola percentuale di oro sia con una ridotta quantità di rame. Ovviamente le tonalità saranno diverse anche perché nel primo caso si impiega l’ossido di piombo mentre nel secondo caso una sostanziosa dose di stagno. I vetri opachi colorati si ottengono con le stesse modalità dei vetri trasparenti colorati, impiegando come vetro di base un vetro opale bianco.

 

Cristallo. Vetro incolore di estrema purezza, simile al cristallo di rocca, ottenuto nella vetraria veneziana attorno alla metà del XV secolo mediante l’abbinamento della polvere di quarzo (elemento vetrificante) ricavata per macinazione dai ciottoli del fiume Ticino, con le ceneri di piante marino-palustri del bacino mediterraneo bollite, peste e setacciate contenenti carbonato di sodio e di potassio (elemento fondente). A queste materie prime veniva, poi, aggiunto del biossido di manganese, come decolorante. In realtà quest’ultima sostanza era già nota nelle fornaci muranesi come decolorante già dal 1290 ma ci vollero quasi due secoli perché si affinasse una tecnica e una profonda conoscenza delle peculiarità e potenzialità del biossido di manganese tali da consentire la realizzazione di un vetro limpido privo di impurità e bolle, nonché sottilissimo. Prima di allora gli ossidi metallici, presenti come impurità delle materie prime naturali impiegate, coloravano naturalmente la pasta vitrea in una tonalità variabile dal verde azzurro al verde giallo a seconda delle condizioni riducenti o ossidanti dell’ambiente di fusione. Il cristallo muranese è un vetro sodico-calcico, che lo rende più adatto ad una lunga e complessa lavorazione manuale. Il cristallo boemo è costituito da una componente calcio-potassica, solitamente privo di ossido di piombo. Il cristallo inglese è un vetro potassico molto brillante con alta concentrazione di ossido di piombo.

Decorazione a foglia d’oro. La foglia d’oro viene predisposta vicino alla pasta di vetro caldo durante la fase iniziale di lavorazione, poi viene ricoperta da un ulteriore strato di vetro, prelevato dal crogiolo. In seguito alla soffiatura definitiva della pasta vitrea la foglia metallica si frantuma all’interno in piccoli frammenti o in un pulviscolo. Questa tecnica venne introdotta a Murano nella seconda metà del XV secolo e ripresa nella seconda metà del XIX. L’oro si può applicare anche superficialmente su un oggetto in vetro. L’operazione consiste nell’apporre a freddo sul vetro, attraverso l’applicazione di un collante, una foglia d’oro che viene poi incisa con un puntale di avorio o di osso per ottenere il disegno voluto. Attraverso un’ulteriore lavorazione a caldo la foglia d’oro può essere coperta e protetta da un altro sottile strato di vetro. Un’altra tecnica consiste nell’utilizzo di una pasta costituita da oro precipitato al mercurio, finemente polverizzato, e da elementi fondenti amalgamati fra loro grazie ad un’essenza grassa. Questa duttile sostanza si applica sulla superficie vitrea con un pennello che, dopo l’evaporazione del solvente, può essere ulteriormente modificata attraverso una lavorazione a graffito. L’oggetto così decorato viene passato alla muffola.

 

Filigrana. Tecnica decorativa a caldo, ideata dai vetrai veneziani tra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo per decorare i soffiati in vetro cristallino. La tecnica prevede l’utilizzo di bacchette di cristallo (canne) al cui interno sono presenti fili in vetro opaco (lattimo) o colorati, impostati secondo una simmetria assiale o una serie di curve spirali. Da questo si intuisce che la fase preliminare della tecnica in questione è la produzione di una canna in vetro costituita da una camicia esterna in cristallo o vetro trasparente lievemente colorato e da un’anima interna in vetro opale bianco o colorato. La canna viene tagliata in pezzi lunghi circa 20 cm, accostati tra loro e allineati su una piastra metallica ricoperta da argilla refrattaria. Il tutto viene portato all’interno del forno affinché le parti di canna, rammollendo leggermente, inizino ad aderire l’una all’altra. Nel frattempo, dopo avere prelevato da un crogiolo con la canna da soffio una certa quantità di vetro trasparente, viene preparata la mocaura, una pasta di vetro soffiato e aperta alla base, con la quale verranno raccolte le canne disposte sulla piastra. In questo modo si ottiene un cilindro con le canne accostate tra loro. Dopo l’operazione di marmorizzar e l’ulteriore riscaldamento nel forno, viene perfezionata la “chiusura” tra canna e canna strozzando l’estremità libera del cilindro con un’adeguata strumentazione come le borselle e le forbici particolari. Ottenuto l’abbozzo in filigrana dell’oggetto da realizzare, la lavorazione prosegue a mano come per un qualsiasi soffiato.

Mezza filigrana. Decorazione a canne parallele, a filo interno diritto. Si ottiene preparando delle canne caratterizzate da un filo diritto all’interno, bianco o colorato. Il vetraio raccoglie con una massa di cristallo leggermente soffiata le sezioni di bacchette, precedentemente disposte sulla piastra riscaldata alla bocca del forno, inglobandole attraverso l’intervento di marmorizzar, per poi unirle con le borselle ed il tagiante all’estremità opposta alla canna da soffio così da chiudere il cilindro. A questo punto, dopo la torsione del bulbo vitreo se si vuole ottenere un andamento diagonale o a spirale delle canne si effettua un’ulteriore soffiatura, attacco di un pontello all’estremità opposta e stacco della canna da soffio, per poi passare all’apertura e alla modellatura del soffiato.

Filigrana a reticello (Redexello). Filigrana caratterizzata dalla disposizione a intreccio doppio delle canne usate per la decorazione. Si ottiene preparando un soffiato a mezza filigrana che viene aperto a coppa dopo averlo attaccato dalla parte opposta al pontello e staccato dalla canna da soffio. Entro questo primo manufatto il vetraio soffia un’altra mezza filigrana identica ma ritorta in senso inverso. Saldando a caldo le due pareti si ha una decorazione interna simile a una delicata rete in vetro bianco o colorato, mentre una minuscola bolla d’aria resta imprigionata in corrispondenza di ciascuna maglia.

Filigrana a ritortoli (Retortoli). Filigrana in cui le canne sono disposte a filo ritorto o a spirale ed incluse in un vetro trasparente e incolore. Tecnica vetraria brevettata da Filippo Catani nel 1527. Il vetraio prepara preventivamente delle bacchette in cristallo a sezione circolare dove all’interno sono presenti fili vitrei bianchi o variamente colorati, avvolti a spirale, e dispone sezioni uguali di questa canna sul bronzin. Raccoglie, quindi, con un soffiato cilindrico in cristallo le canne che vi aderiscono tutt’intorno, le salda all’estremità e, soffiando e intervenendo con il marmorizzar, ottiene un soffiato con un regolare effetto di merletto ad andamento radiale a partire dal fondo. Il tutto all’interno di una parete dello spessore di pochi millimetri.

 

Incisione a punta di diamante. L’incisione a punta diamante o a pietra focaia, molto superficiale e leggera, è particolarmente adatta a vetri dalle pareti sottili. Questa tecnica, usata per la prima volta dai romani, venne introdotta a Murano da Vincenzo d’Angelo nel 1534-1535, il quale nel 1549 ottenne un “privilegio” per decorare a punta di diamante specchi e soffiati. Successivamente con l’imitazione dei modi di fabbricazione muranese, tale tecnica si diffuse in tutta Europa. Il procedimento consiste nell’applicare sull’oggetto da incidere un disegno per mezzo di uno spolvero di talco la cui traccia viene fermata con l’inchiostro di china, quindi si incide utilizzando la stessa tecnica incisoria applicata ad una lastra di rame.

Morise. Decorazione ottenuta pizzicando con apposite borselle da pissegar (pinze da pizzicare) un filamento vitreo, a volte di colore contrastante, prelevato con lo speo (ferro sottile) e applicato a caldo all’oggetto in lavorazione, in genere al piede, sugli orli o sui fianchi, con un andamento a onde o dentellato.

Pittura a smalto su vetro. La tecnica romana di decorare i vetri a smalto, già valorizzata ai massimi livelli di perfezione dai siriaci, fu ereditata dai veneziani i quali la trasmisero indirettamente agli spagnoli ed ai tedeschi. Questa pratica decorativa, attestata a Murano tra la fine del XIII secolo e la prima metà del XIV secolo, si sviluppò eccezionalmente  dopo la metà del XV secolo e nel XVIII secolo per poi venire recuperata nella seconda metà del XIX secolo. La decorazione a smalto identifica una pittura eseguita con una miscela di ossidi metallici coloranti e una massa vetrosa impura ottenuta dalla prima fusione delle materie prime (fritta) o con vetro colorato polverizzato, impastati con una sostanza oleosa. Oggi vengono usati impasti colorati ottenuti da polvere finemente macinata di vetri bassofondenti opachi e trasparenti, applicati a pennello sulla superficie del vetro già precedentemente formato. Dopo essiccazione per evaporazione del solvente, vengono fissati in modo stabile mediante cottura. La decorazione a smalto può essere anche combinata con la doratura, a foglia d’oro o con oro precipitato al mercurio. Per fissare gli smalti colorati al vetro, l’oggetto dipinto veniva un tempo riattaccato al pontello e riportato al forno di fusione, alla temperatura di circa 800-900°C. Oggi l’oggetto viene collocato in una muffola (piccolo forno di ricottura), sottoponendolo a un ciclo termico l’oggetto che non supera i 500°C, affinché il vetro applicato a pennello, rammollendo possa aderire alla superficie del vetro di supporto. La pittura a freddo viene eseguita con colori normali che non necessitano di un successivo passaggio dell’oggetto nella fornace.

 

Rui. Rulli o lastre circolari di modeste dimensioni, ottenute per forza centrifuga, sottoponendo un globo di vetro opportunamente forato, a un movimento di rotazione fino a determinarne il completo appiattimento. Da questi dischi si ricavavano spesso le lastre per comporre le finestre o le vetrate. I dischi minori, dal 1405 citati nelle carte come rotuli o rui, venivano lasciati integri e legati in serie a piombo. Quelli di maggiori dimensioni venivano anche tagliati cosi da formare vetrate policrome, figurate, legate a piombo.

 

 

Soffiatura a stampo. La presenza di forme o stampi nelle fornaci muranesi è documentata fin dal Medioevo. Queste sono utilizzate per imprimere un motivo decorativo sulla superficie della pèa, ovvero il bolo vitreo soffiato in prima “levada”. Le principali forme sono: a balloton, a rigadin, a coste. Il materiale con cui è fatto lo stampo può essere di legno, di bronzo, di ghisa, di alluminio e di acciaio. Lo stampo può essere di sezione circolare o poligonale, presentare delle incisioni o decorazioni in negativo che, poi, emergono, nel soffiato in positivo. La lavorazione a stampo può essere eseguita soffiando il vetro in prima levada entro una forma apribile, costituita da due o più pezzi incernierati, chiusa dall’assistente (sera forme) per far aderire il bulbo incandescente soffiato dal maestro alle pareti interne della forma stessa. Oppure soffiando la pèa entro una forma aperta che permette di ottenere sulla superficie del vetro dei motivi decorativi a rilievo. Se la sezione orizzontale della forma è circolare, la canna e quindi il vetro può ruotare assialmente durante la soffiatura; se invece la sezione non è circolare, allora il vetro e conseguentemente la canna, non possono ruotare (stampo a fermo). La stampatura a balloton si basa sull’uso di uno stampo in metallo contenente all’interno delle punte piramidali a base quadrata che, nella soffiatura, danno un effetto di rilievo incrociato.

La stampatura a rigadin si ottiene soffiando la pèa in uno stampo aperto in bronzo che porta delle scanalature a sezione triangolare che danno delle coste a punta. Se il vetro viene anche ritorto durante la stampigliatura, dando un movimento di torsione alla canna prima di essere usciti completamente dallo stampo, si ottiene il rigadin ritorto (stampà e menà). Si può anche, dopo riscaldamento, rimettere la pèa già stampata nello stesso stampo torcendola in senso inverso, così da ottenere striature a diagonali incrociate.

Mezza stampatura (meza stampaura) è una tecnica utilizzata nelle vetrerie muranesi già dal XV secolo. Durante la lavorazione del soffiato, in corrispondenza del fondo, viene ricoperto con un ulteriore strato vitreo più spesso, a forma di calotta, che premuto all’interno di uno stampo aperto a costolature ne assume la forma, così da ottenere nella sola parte inferiore del soffiato un decoro con costolature a rilievo.

Vetro Ghiaccio. Tecnica in uso a Venezia dalla metà del XVI secolo (la più antica citazione a noi nota è del 1570), poi diffusa anche durante i due secoli successivi nel resto della penisola italiana e nel continente europeo. Questo tipo di lavorazione è ottenuta immergendo brevemente il bolo ancora caldo in acqua fredda, in modo che l’improvviso sbalzo termico provocasse sulla sua superficie alcune screpolature accentuate da un successivo passaggio nel forno prima di soffiarlo definitivamente. Il “vetro ghiaccio” produce l’effetto di un’apparente crepatura della superficie del vetro soffiato, imitando le crettature del ghiaccio. Un vetro simile a questo si ottiene facendo ruotare il bolo ancora caldo sul bronzin, ricoperto da minuti frammenti di vetro incolore o colorato, in modo che queste particelle, fondendo, aderiscano alla superficie del vetro.

 

Vetri Piumati. Tecnica usata nei vetri preromani fenici ed egiziani, introdotta nelle vetrerie muranesi alla fine del XVI secolo o più probabilmente nel XVII secolo e ampiamente utilizzata nei secoli successivi, ottenuta applicando a caldo attorno ad un soffiato dei fili vitrei di altro colore che pettinati all’insù e all’ingiù con uno strumento metallico munito di varie punte, detto pettine, sgraffon o anche manereta, assumono un andamento a onde, a piume o a festoni ripetuti. L’oggetto così decorato viene successivamente scaldato, marmorizzato sul bronzin e ulteriormente soffiato.