Museo del Vetro

Museo del Vetro

APPROFONDIMENTI

Tipi di vetro e tecniche vetrarie nel XVIII secolo

Avventurina. Pasta vitrea di colore rosso bruno dai riflessi metallici dovuti alla presenza di cristalli lamellari e lucenti di rame. La prima ricetta per creare l’avventurina si trova nel manoscritto di Giovanni Darduin (1644) ma già in una lettera risalente al 1614 si parla di “una sorte di pietra con stelle dorate dentro”. La tecnica per fare il vetro avventurina consiste nell’aggiungere direttamente nel vetro fuso, a piccole dosi e in più riprese, calcina di piombo e/o di stagno, ossido di rame rosso, ossido di ferro, e sostanze fortemente riducenti per diminuire al massimo l’ossido di rame a rame metallico che precipita nel vetro in forma cristallina. Raggiunta una certa fase, il forno viene spento e lasciato raffreddare naturalmente nell’arco di alcuni giorni durante i quali avviene una lenta ma quasi completa separazione del rame metallico dal vetro di base. Questo composto viene poi estratto a blocchi dal forno, tagliato e lucidato a freddo al pari di una pietra dura oppure lavorata a caldo con particolari accorgimenti.

 

Calcedonio. Vetro opaco variegato, rosso in trasparenza, con venature policrome, a imitazione di pietre semipreziose come l’agata zonata, il calcedonio naturale, l’onice, la malachite, ecc. Si ottiene mescolando rottami di vetro opale bianco, vetro opale colorato e cristallo. A fusione ultimata viene aggiunta a più riprese una miscela di composti coloranti, come il nitrato di argento (che ha anche funzione opacizzante), ossido di cobalto, bicromato di potassio, ecc., che vengono dispersi mescolando il fuso. Le zonature, provocate dagli ossidi, vengono poi ulteriormente valorizzate dall’andamento curvo dato dalla soffiatura finale. I più antichi esemplari conosciuti di questo vetro opaco variegato risalgono all’epoca romana e furono realizzati ad Alessandria, mentre la prima citazione conosciuta del calcedonio risale al 1460. Questo tipo di vetro ebbe grande fortuna tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. Nei soffiati in calcedonio del Seicento e del Settecento, tazzine, piattini, bottiglie, ecc., si notano a volte tra le venature piccole macchie o striature di avventurina: questa veniva frantumata in schegge, poi raccolta e inglobata nel vetro allo stato pastoso.

 

Cristallo ad uso di Boemia. Agli inizi del XVIII secolo il cristallo di Boemia superava, per brillantezza, il cristallo muranese. In questo periodo un certo Sola, in contatto con produttori di vetro boemo, ottenne l’esclusiva dell’importazione a Murano di residui vitrei boemi da poter aggiungere alla miscela vetrosa per arricchirne il contenuto. Nel 1737 Giuseppe Briati ricevette dalla Serenissima l’esclusiva per la produzione di un cristallo ad uso di Boemia da lui messo a punto grazie anche alla probabile collaborazione con vetrai boemi. Si trattava di un vetro con notevoli percentuali di ossido di piombo in aggiunta all’ossido di potassio, lavorabile a caldo secondo la tradizione muranese. Nella seconda metà del XVIII secolo tra i celebri lavori del Briati, vennero annoverate anche sedie, tavolini, armadi, specchi, lumiere, ecc. fatte di cristallo finissimo di colore azzurro. A questa categoria di prodotti si segnala uno specchio con cornice lignea dorata e una poltrona rococò in legno intagliato e dorato, con applicazioni di vetro acquamarina, esposti al Museo di Murano. Con questo tipo di cristallo era possibile realizzare anche vasellame soffiato, dalle pareti non troppo sottili, o oggetti in filigrana per lo più a nastri policromi intrecciati, rifiniti con filamenti pinzettati e fiori vitrei in vetro colorato.

Cristallo di Boemia. Vetro ad alto contenuto di potassio e calcio, messo a punto in Boemia nella prima metà del XVII secolo utilizzando la potassa depurata e il calcare. E’ un vetro particolarmente trasparente e incolore, solitamente privo di ossido di piombo che si presta particolarmente alla decorazione ad incisione e molatura.

Cristallo al piombo (flint glass). Tipologia messa a punto in Inghilterra da George Ravenscroft nella seconda metà del XVII secolo. La formulazione prevedeva l’uso di ciottoli di quarzo, nonché di nitrato potassico, tartaro, borace e minio con una concentrazione in ossido di piombo tra il 24 e il 30%. Per la sua brillantezza questo vetro si presta bene alla produzione di oggetti con la superficie molto sfaccettata ed è lavorabile con qualunque tecnica di incisione.

 

Deseri o Trionfi da Tavola. Il trionfo è un elaborato centrotavola composto da numerosi pezzi che si accostano al centro di una tavola imbandita per comporre una grande decorazione. Nel XVIII secolo i trionfi da tavola, chiamati a Venezia deseri, vennero realizzati in una grande varietà di forme e materiali: vetro, ceramica o porcellana, argento e anche in cera persa. Nei grandi banchetti i deseri erano ricchissimi e di grandi dimensioni ed i vari elementi erano foggiati in modo da costituire complesse composizioni figurate. Costituivano veri e propri apparati scenici di carattere storico o mitologico, oppure potevano offrire, come nel caso di quello allestito per la festività di San Marco del 1767, uno spaccato di vita dei veneziani in villeggiatura con la rappresentazione dei giochi, dei giardini, delle cavalcate, ecc. I più importanti vennero fabbricati a Venezia da Giuseppe Briati, e successivamente da Giacomo Giandolin, e rappresentavano talvolta un giardino all’italiana  con statue, fontane, colonne, archi, balaustre, vasi di fiori, a volte completi di coppette, piattini, saliere e oliere, il tutto in vetro monocromo o colorato.

Girasol(e). Vetro opalescente, più opaco dell’opalin, con riflessi arancio, presente come conquista tecnologica vetraria muranese dal 1693. Questo vetro risulta lievemente opacizzato dalla presenza, nella miscela vetrificabile, di cristalli di arseniato di piombo, che, per le loro dimensioni, impartiscono al vetro un’originale colorazione che appare azzurrina quando il vetro viene osservato in luce riflessa e marrone chiaro, o rosa, quando il vetro viene osservato senza che la luce colpisca direttamente l’oggetto.

 

Incisione, Intaglio e Molatura. La tecnica dell’incisione, già in uso in età classica, si ritrova saltuariamente su manufatti di epoca medioevale. L’uso moderno dell’incisione alla ruota o alla mola per decorare il vetro venne sviluppato a Praga, e poi in tutta l’Europa centrale, tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, dopo che il sottile vetro sodico-calcico veneziano, poco adatto ad essere lavorato in rilievo, fu sostituito dal vetro boemo potassico-calcico, molto più spesso e resistente, e dal cristallo inglese al piombo. L’incisione su vetro con ruotina di pietra abrasiva o di metallo, ripresa dalla lavorazione delle pietre dure e del cristallo di rocca, venne importata a Venezia da incisori tedeschi alla fine del XVII secolo. Lo strumento di base è un piccolo tornio, azionato un tempo da una pedaliera. In funzione del tipo di incisione vengono usate ruote di rame, con dimensioni e profili diversi, applicate alternativamente all’asse del tornio durante le varie fasi di lavorazione. Le ruote di rame incidono un decoro opaco scalfendo superficialmente un disegno trasposto sul vetro per mezzo di uno spolvero di talco fermato con l’inchiostro di china. Per rendere, poi, l’intera operazione più duttile una sospensione oleosa di polvere abrasiva viene sparsa sulla superficie del profilo della ruota. Gli abrasivi di un tempo erano polveri di quarzo o di granito impastati con paraffina e olio di colza. Oggi viene utilizzata la polvere di carburo di silicio (carborundum) o di corindone. Per la lucidatura finale si impiegava un tempo pomice o ossido di ferro rosso, oggi è sempre più diffuso l’impiego di ossido di cerio. Il procedimento per la molatura e l’intaglio comprende la fase della sbozzatura a una ruota di ghisa (più recentemente di carborundum o di materiale abrasivo durissimo) fissata alla spianatrice (quando il pezzo viene lavorato in superficie) o al tornio (per sfaccettature e scanalature) alimentata di continuo da un getto di sabbia abrasiva e acqua. La fase dell’arrotatura si concretizza attraverso una mola di pietra arenaria a grana finissima  alimentata anch’essa da acqua. La fase della lucidatura avviene attraverso una ruota di corteccia di sughero bagnata con una poltiglia di acqua e pomice, questo per rendere le superfici arrotate trasparenti: Per ultima la fase della brillantatura si ottiene con una ruota di feltro bagnata da una poltiglia di acqua e ossido di ferro. Con l’intaglio si asporta dalla superficie il vetro in eccesso mentre con l’arrotatura si ottengono disegni geometrici profondamente incisi e poi lucidati.

Lampadari. L’uso del vetro per la fabbricazione dei lampadari è attestato a partire dal XVII secolo, quando si abbandonano le antiche forme (in uso già nel medioevo) in metallo e in legno. La forma di un lampadario è generalmente caratterizzata da un sostegno centrale a colonna, con lunghi bracci atti a sostenere candele o lampade. A Venezia nel secolo XVIII, Giuseppe Briati (1686-1772) creò lampadari (ciocche) costituiti da una struttura metallica rivestita di vetro trasparente anche colorato formato da elementi tubolari di cristallo soffiato, con decorazioni di fiori, foglie e frutta incolori o policrome. (sistema di investimento). Questi lampadari si distinguono in ciocche a colonna, caratterizzate da colonnine ritorte soffiate, ciocche alla chinese,  a forma di pagoda cinese con elementi di ispirazione orientale, e ciocche moderne, probabilmente ravvisabili nei grandi lampadari con ricca decorazione policroma floreale, di cui un esemplare è conservato a Ca’ Rezzonico.

 

Elementi di un lampadario:
Corona: parte terminale (alta) del lampadario
Catenella: ornamento, festone applicato ai bracci dei lampadari
Ciondolo: pendaglio unito con un filo di rame ai bracci del lampadario, alle foglie, ecc.
Cimier: decoro che sta in cima, nella parte terminale del lampadario, formato da fiori e foglie
Final: parte terminale bassa del lampadario composta dal final vero e proprio e dal fiocco, che è un ciondolo un po’ più grande
Fiori: elementi decorativi del lampadario
Fiocco: (vedi final)
Fogie: elementi decorativi del lampadario. Sono alte, basse, squarae, a pinzi tirai, col sberlotto, ecc.
Fondin: coppa in vetro che copre il fondin (disco) de fero o de legno, munito di fori in cui vengono inseriti  gli elementi in vetro del lampadario (bracci, foglie, fiori). Sotto al fondino trovansi, nell’ordine, il passasorze, il finale e il fiocco.
Goto: bicchiere
Massocca: elemento del lampadario a forma di mazzuolo
Papaor: piccolo cilindro in vetro, attaccato al braccio del lampadario, atto a contenere la candela
Passasorze: cilindro in vetro a forma di rocchetto, che serve come distanziatore tra il fondino e il finale del lampadario
Perolo: pendente a forma di pera (vedi ciondolo)

 

Lattimo. Detto anche laterolo e porcellano (ad imitazione della porcellana cinese). Vetro bianco opaco ottenuto unendo alla fritta di cristallo (massa vetrosa impura, ottenuta dalla prima fusione delle materie prime, per rendere poi più veloce la fusione finale) un decolorante, il biossido di manganese, e un opacizzante, il biossido di stagno (lo si trova nelle ricette introdotto sotto forma di calcina di stagno e/o calcina di piombo e stagno) o piombo e arsenico oppure ceneri di ossa calcinate, usate specialmente per ottenere un bianco semiopaco o opalescente. Esistevano già precedenti dell’utilizzo di un vetro bianco opaco presso i romani. Dal XIV secolo veniva utilizzato per smalti da applicare su oro e argento. Dalla seconda metà del XV secolo, allo scopo di imitare le prime porcellane cinesi allora giunte in Europa, il lattimo venne utilizzato per suppiadi (soffiati) il più delle volte destinati alla decorazione a smalti e oro. I lattimi veneziani del XVIII secolo differivano da quelli dei secoli precedenti per l’opacizzante (arsenico di piombo) introdotto nella miscela, mentre i pezzi più antichi erano opacizzati con calce di piombo e stagno. Le decorazioni di questi vetri erano a smalti policromi o monocromi e oro, identificativi di scenette di genere, cineserie, soggetti mitologici, e motivi rococò. La produzione del vetro lattimo tra il XVII e il XVIII secolo si estese in Germania, in Boemia, in Francia, in Inghilterra e in Spagna. Oggi gli agenti opacizzanti impiegati sono costituiti da minuti cristalli di fluoruro di calcio e di sodio che si separano rapidamente e in notevole quantità dal vetro fuso durante il raffreddamento. L’omogeneità con cui precipitano i cristalli è favorita dalla presenza in elevata concentrazione di ossido di zinco.

Rui. I rulli o lastre circolari di modeste dimensioni sono ottenute per forza centrifuga sottoponendo un globo di vetro, opportunamente forato, ad un movimento di rotazione fino al suo completo appiattimento. Da questi dischi si ricavavano spesso le lastre per comporre le finestre o le vetrate. I dischi minori, dal 1405 citati nelle carte come rotuli o rui, venivano lasciati integri e legati in serie a piombo. Quelli di maggiori dimensioni venivano anche tagliati così da formare vetrate policrome, figurate, legate a piombo.

 

Smalto. Vetro bassofondente (700-900°C) destinato alla decorazione di oro, argento e rame in oreficeria, e anche di vetri soffiati o di ceramiche. Erano colati in piastre dove appariva il sigillo della fabbrica e venduti agli orefici. L’opacità era data dal biossido di stagno. Già nel 1317 troviamo citato nelle carte veneziane l’opus smaldorum.

Specchi. I primi specchi di vetro furono prodotti nel XVI secolo ed ebbero una grande diffusione nel XVIII secolo. A Murano, nel 1570 fu concesso ai fratelli Dal Gallo di fabbricare specchi di vetro “secondo un procedimento segreto”. Poco più tardi furono ampiamente realizzati specchi in lastra di vetro dagli specchieri di Murano (spegeri) che nel 1569 si costituirono in corporazione. A Murano le lastre da specchio erano preparate nelle fornaci appartenenti al colonnello dell’Arte vetraria dei fabbricanti di quari e lastre. I maestri che producevano lastre da specchio venivano chiamati maestri da quari. Le lastre da specchi erano ottenute da grossi cilindri soffiati (vessighe), scalottati e aperti a caldo mediante incisione. Il cilindro, poi, mantenuto caldo, veniva fatto aprire per formare una lastra che si adagiava su uno strato di cenere (metodo lorenese). I quari grezzi venivano poi consegnati agli specchieri per la spianatura, la lucidatura e l’applicazione della foglia di stagno. A Venezia nel secolo XVI le lastre da specchio venivano argentate sul retro con un’amalgama di stagno e mercurio, ma dopo il 1840 venne adottato il sistema del deposito d’argento o di platino. Un altro metodo per fabbricare lastre da specchio era quello detto “a corona” con cui le lastre di vetro erano ottenute soffiando una sfera che veniva trasferita dalla canna da soffio su un’asta metallica e poi tagliata per consentirne l’apertura. Il vetro veniva, quindi, ruotato rapidamente fino ad assumere la forma di un grande disco piatto, temprato e infine tagliato in pezzi rettangolari. Un altro metodo era quello francese, con il quale, verso la fine del XVI secolo, le lastre di vetro venivano realizzate mediante colatura di vetro fuso in appositi stampi rettangolari. Oggi la produzione di vetro piano viene effettuata con nuove tecnologie completamente automatizzate.