Museo del Vetro

Museo del Vetro

Museo

Lavorazioni e composti del vetro

Cristallo: vetro incolore, trasparente e molto terso ottenuto con materie prime depurate e decolorato con biossido di manganese. Ritenuto, fin dal Medioevo, il più pregiato vetro muranese, si differenzia per la sua composizione sia dal cristallo di Boemia sia da quello inglese.

Filigrana: vetro ottenuto con una raffinata tecnica decorativa a caldo, inventata a Murano nella prima metà del XVI secolo, che prevede l’utilizzo di bacchette contenenti fili lisci in lattimo o in vetro colorato. Se i fili nelle bacchette sono ritorti (o a spirale) la filigrana è detta “a retortoli”; se le bacchette sono incrociate è detta “a reticello” o “doppia”.

Flint glass: termine rimasto ad indicare il cristallo inglese ottenuto, dopo lunga sperimentazione, con l’aggiunta alla miscela di ossido piombo e patentato nel 1674 da George Ravenscroft.

Foglia d’oro e d’argento: foglie ovvero lamine sottili di oro o di argento, usate per la produzione del mosaico d’oro o d’argento. Le dimensioni sono generalmente di 8×8 cm e lo spessore è così sottile che da 20 grammi di oro si ottengono 6 metri cubi di lamina. Nel vetro soffiato, dove è possibile raccogliere con la posta di vetro caldo la foglia d’oro o d’argento, ricoprendola poi con un ulteriore prelevo dal crogiolo. In seguito alla soffiatura definitiva la foglia metallica si frantuma in piccoli lacerti o in un pulviscolo d’oro o argento, con effetti molto suggestivi. I più antichi vetri veneziani a foglia d’oro, a noi noti, risalgono, alla seconda metà del XV secolo.

Incalmo: tecnica vetraria che consente la realizzazione di oggetti costituiti da parti distinte unite a caldo. In uso dal XX secolo.

Incisione all’acido: decorazione della superficie del vetro ottenuta con l’uso di acido fluoridrico, ottenendo un’incisione di profondità variabile, leggera o maggiormente scavata.

Incisione alla ruota: decorazione della superficie del vetro con disegni realizzati grazie all’incisione più o meno profonda mediante dischi di rame ricoperti da materiale abrasivo. In uso dal XVII secolo.

Mezza stampaura: tecnica decorativa, già in uso presso i romani e ripresa a Murano nel XV secolo, che consiste nell’applicare a caldo sul fondo di un soffiato, ancora attaccato alla canna, un’ulteriore calotta vitrea e nel riprendere la soffiatura in uno stampo costolato aperto, in modo da ottenere costolature a rilievo.

Morise: tipica decorazione muranese a forma ondulata, eseguita applicando a caldo un cordoncino di vetro pizzicato con le borselle da “pissegar” (pizzicare).

Pittura a smalto: decorazione eseguita a pennello sulle pareti dell’oggetto, utilizzando un miscuglio di vetro polverizzato, pigmenti colorati, ossidi metallici e sostanze grasse. La fissazione si ottiene riportando l’oggetto alla bocca del forno a circa 900-1000°C. È chiamata anche pittura a smalti fusibili, ed è in uso a Murano dalla fine del XIII secolo.

Pittura a freddo: segue gli stessi procedimenti della pittura a smalto ma senza il trattamento termico. Per questo dà luogo spesso a cadute di colore. In uso dal XVI secolo.

Smalto: vetro bassofondente (700-900°C) destinato alla decorazione di oro, argento e rame in oreficeria, e anche di vetri soffiati o di ceramiche. Erano colati in piastre dove appariva il sigillo della fabbrica e venduti agli orefici. L’opacità era data dal biossido di stagno. Già nel 1317 troviamo citato nelle carte veneziane l’opus smaldorum.

Vetro battuto: tipo di vetro la cui superficie viene leggermente abrasa con una mola, in modo da produrvi dei “bolli” rotondi, piccoli e irregolari, tutti orientati nella stessa direzione, che danno al manufatto l’apparenza di essere stato battuto come il ferro.

Vetro “a piume” o fenicio: tipo di vetro decorato con un avvolgimento di fili di vetro o lattimo, stirati con uno speciale attrezzo detto pettine e nel Novecento maneretta, in modo da ottenere una decorazione ondulata. In uso dal XVI secolo, nel XIX prende il nome di “Fenicio”.

Vetro corroso: effetto dovuto a corrosione artificiale della superficie mediante acido fluoridrico. La superficie dell’oggetto viene ricoperta con uno strato irregolare di cerca fusa, mediante spugnatura; immergendo poi l’oggetto in un bagno contenente segatura e acido fluoridrico, si ha corrosione nelle zone non protette dalla cera. L’effetto ottenuto è simile a quello ad una superficie ghiacciata. Metodo ora abbandonato per il rischio sanitario connesso all’uso dell’acido fluoridrico o dei suoi sali.

Vetro ghiaccio: così chiamato per la somiglianza con il ghiaccio screpolato e percorso da spaccature. Questo effetto si ottiene immergendo l’oggetto semilavorato ancora caldo in acqua fredda e poi di nuovo nel forno. In uso dal XVI secolo.

Vetro Primavera: vetro ornamentale creato da Ercole Barovier per la Barovier & Toso, caratterizzato da una superficie traslucida interamente coperta da screpolature: i manici e i bordi della base e dell’imboccatura sono in vetro nero.

Vetro pulegoso: tipo di vetro ornamentale opaco creato da Napoleone Martinuzzi negli anni Venti del Novecento per Venini; è caratterizzato dall’inclusione di miriadi di bollicine di gas che conferiscono alla superficie dell’oggetto un aspetto butterato.

Vetro satinato: vetro trattato con acido fluoridrico e fluoruro ammonico, conferisce alla superficie del vetro un aspetto satinato.

Vetro scavo: tipo di vetro ornamentale dalla superficie scabra con una finitura opaca a imitazione del vetro antico, in predominanza grigia, ma anche con striature di vari colori.

Vetro sommerso: tipo di vetro che si ottiene immergendo il vetro in lavorazione in crogioli con diversi colori. L’oggetto risulta così costituito da più strati trasparenti diversamente colorati anche di grosso spessore. In uso dal XX secolo.

Lattimo: tipo di vetro di colore bianco opaco, che ricorda quello del latte, dal quale deriva il nome, destinato fino al XV secolo alla produzione di mosaici e smalti. Assai simile alla porcellana, viene poi realizzato anche per la soffiatura, per produrre oggetti ad imitazione delle prime porcellane cinesi giunte a Venezia. Era opacizzato di solito utilizzando calcina di piombo-stagno o ossido di stagno.

Vetro calcedonio: tipo di vetro decorativo opaco ottenuto aggiungendo e mescolando nel fuso sali d’argento e altri ossidi di coloranti per imitare le pietre semipreziose come l’agata, il calcedonio, l’onice, la malachite, il lapislazzuli. Dalle carte muranesi il primo sicuro accenno al calcedonio risale al 1460.

Vetro girasole: Vetro opacizzato con arseniato di piombo che ricorda nell’aspetto la pietra anonima, varietà traslucida e opalescente di opale. Vetro introdotto nella tecnologia muranese dal 1693, secondo una ricetta del ricettario Darduin.

Opala, opale, opalin, opalina: Vetro di aspetto simile all’opale, leggermente opalescente; chiamato anche acqua e anice. Il vetro, che appare nel XVII secolo è opacizzato con l’arsenico di piombo e viene chiamato anche girasol.

Avventurina o venturina o stellatia: la “venturina”, chiamata a Venezia anche stellaria, è un vetro caratterizzato dalla presenza di pagliuzze brillanti, costituite da minuscoli cristalli di rame metallico precipitato durante il raffreddamento del fuso. Per la sua riuscita, incerta e difficile, quasi una “ventura”, fu appunto chiamata “venturina”. Il segreto della produzione, perduto alla fine del XVII secolo, sembra sia stato ritrovato agli inizi del successivo da Vincenzo Miotti.

Mosaico: decorazione nota fin dall’antichità, ottenuta accostando secondo un disegno predeterminato piccoli pezzi, detti tessere, di pasta vitrea o vetro su una base di intonaco.

Mosaico d’oro: la sua preparazione a Venezia è descritta in ricettari fin dal XV secolo. Si tratta di una lamina di vetro su cui è applicata, mediante chiara d’uovo, una sottilissima foglia d’oro sopra la quale, nel forno, viene colato uno strato di vetro fuso. Il vetro è poi schiacciato con una piastra di ferro quadrettata, da cui si ottengono le tessere di mosaico.

Murrina: Termine usato per indicare oggetti preparati secondo una metodologia antica che risale ai tempi alessandrini e romani. La tecnica, ricostruita a Murano negli anni 1870, consiste nell’accostare a freddo, secondo un certo un certo disegno, delle sezioni di canna variegata oppure segmenti di bacchetta o anche elementi prefabbricati di varia forma e colore, il tutto a formare un mosaico policromo disposto su un piano di materiale refrattario. L’insieme viene poi gradualmente riscaldato sulla bocca del forno sino a determinare l’incipiente rammollimento degli elementi mosaico; ciò favorisce, anche con l’aiuto di strumenti palette adeguati, il compattamento dei vari elementi fra di loro a costituire una piastrina coesa. Questa piastra a disco, ancora calda, viene appoggiata su una sagoma convessa in materiale refrattario così da altro oggetto di forma aperta. Dopo ricottura, l’oggetto prodotto deve essere rettificato, molato e lucidato per togliere le irregolarità di spessore e per rendere la superficie liscia e lucida.

Murrina in piano: se l’accostamento, in genere di dischetti di canne massicce da conteria, avviene “in piano” si ottiene un’unica murrina. Per particolari oggetti è necessario ricorrere a una sagomatura a caldo e a una finitura alla mola. Sistema ripreso a Murano nel XV secolo dalla vetraria romana.

Murrine in canna: vengono accostate a freddo “canne” da conteria. Il fascio viene fatto rammollire e viene quindi “tirata la canna”. Dalla canna sono tagliati dischetti che riproducono il disegno iniziale miniaturizzato. Sistema iniziato a Venezia attorno alla metà del XIX secolo.

Canna di vetro: bacchetta di vetro di vario spessore monocroma o policroma, se composta da più strati di vetro, che, tagliata in sezioni, è utilizzata per fabbricare vetro mosaico o vetro murrino. É inoltre usata per realizzare la filigrana e le conterie.

Canna da perleri: Bacchetta di vetro trasparente od opaco, ottenuta per tiratura manuale da un grosso prelievo; la tiratura si sviluppa in un lungo corridoio, vicino al locale dei forni, dopo aver attaccato un secondo ferro al bastone già preformato sul ferro.

Canna da speo: Canna forata di diametro piuttosto grosso i cui segmenti infilati in sottili perni metallici venivano arrotondati alla fiamma per farne grani da paternostri o conterie.

Canna massiccia: Canna piena, bacchetta.

Canna sbusa: Canna con foro più o meno grosso rispetto al diametro, tubo, tubetto.

Canna stampada: Bacchetta o canna di sezione esterna non rotonda, ma poligonale.

Canna millefiori: canna di vetro formata da più strati di vetro di forme e colori diversi che riproducono in sezione lo stesso motivo decorativo per tutta la lunghezza.

Millefiori: Fin dalla seconda metà del XV secolo nelle vetrerie muranesi invalse l’uso di decorare la parete dei soffiati con sezioni di canna rosetta caratterizzata da strati concentrici di differente colore, talvolta formanti tipici motivi a stella o a fiore. Il nome di millefiori dato a tale decorazione deriva dal fatto che la superficie dell’oggetto così decorata ricorda un campo di fiori. Questa tecnica non venne mai del tutto abbandonata e conobbe un’epoca di grande favore tra la fine del XIX secolo e il periodo liberty.

Vetro a mosaico: realizzato con frammenti di vetro (tessere e/o sezioni di bacchetta) di diversi colori accostati tra di loro e fusi insieme. In uso dal XIX secolo.

Conterie o perle: Con questo termine si indicavano le perle di vetro, realizzate sezionando per taglio una canna forata di grosso diametro e arrotondando a caldo i cilindretti ottenuti, dopo averli infilati in spiei (spiedi) metallici; questo lavoro era seguito da paternostreri. Con lo stesso termine venivano indicate le perle che i suppialume ottenevano lavorando a lume una bacchetta vitrea. Dall’Ottocento il termine definisce le perle di dimensioni molto piccole, quelle che in passato erano chiamate margarite; in questo caso l’arrotondamento dei cilindretti avveniva per trattamento a caldo in apposite ferraccie o vassoi metallici e successivamente nel tubo.

Canna per conterie: lunga asticciola di vetro massiccia oppure forata. La canna forata si usa nella normale produzione di perle; quella massiccia, l’unica utilizzata fino all’ultimo quarto del XV secolo, si usa tuttora nella produzione di perle lavorate “a lume”.

Canna rosetta: le canne rosetta sono canne piene o forate formate con strati di vetro di diverso colore modellati, a ogni prelievo in uno stampo aperto con sezione a forma di stella. Dalle canne vengono ricavati per taglio dei cilindretti, recanti in sezione caratteristici motivi a stelle concentriche, che serviranno a realizzare perle, collane, oggetti soffiati e massicci. Prelevando con una posta calda i dischetti di canna rosetta, questi, per ulteriore riscaldamento, si inglobano nello spessore del vetro e creano così, dopo soffiatura, l’effetto millefiori. La produzione muranese di canna rosetta risale alla fine del XV secolo.

Lavorazioni: perle “a lume” Si ottengono dalla canna massiccia, riscaldata con una fiamma (“lume”), colata su un filo metallico, talvolta ricoperto di argilla, che viene tenuto manualmente in costante rotazione. Forme diverse si ottengono variando lo spessore dello strato di vetro colato oppure modellandolo con appositi utensili. Le perle possono essere ornate con vari disegni ottenuti per colatura di canne non forate, molto sottili (1-2 mm di diametro).

Altre perle: si ottengono tagliando la canna forata in cilindretti di lunghezza pari al diametro (taglio Quadro). La forma sferica si raggiunge ponendo i cilindretti riscaldati in un contenitore con una miscela di sabbia di mare, polvere di carbone e calce, all’interno del quale vengono fatti rotare. Le perle ottenute vengono separate dal miscuglio di sabbia e infine lucidate con crusca di grano.