Approfondimenti
Origini dell’arte del vetro veneziano
Fino a oggi non è stato possibile stabilire con precisione quando abbia avuto origine l’industria vetraria veneziana. Una delle possibili supposizioni ricollega le sue prime manifestazioni al trasferimento nelle isole dell’estuario di quei Veneti che erano vissuti nei fiorentissimi centri romani della fascia costiera adriatica, da Adria ad Altino, e che colà avevano appreso le tecniche romane della lavorazione del vetro.
Risale al 982 un documento firmato da un certo Domenico che, come attestato dal notaio, aveva esercitato l’attività di “fiolario”, cioè la produzione di vetri cavi soffiati, in particolare bottiglie, appunto “fiole”. Le sole testimonianze della fase arcaica del vetro veneziano sono costituite dai frammenti rinvenuti nel 1961-62, insieme con i resti di una fornace, negli scavi effettuati soprattutto nella “Piazza” di Torcello e dai frammenti restituiti dal sottosuolo di Murano (S. Donato) oltre che dalle acque della laguna.
Più recentemente, tra il 1992 e il 1993 gli scavi condotti nella Piazza di Malamocco, un piccolo centro del Lido, hanno portato alla luce, assieme a frammenti di ceramica sicuramente databili tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, due bicchieri tronco-conici e una bottiglia a lungo collo e a corpo panciuto databili allo stesso periodo. Quest’Arte ricevette impulso, nel corso dei secoli XII-XIV, dai contatti col Levante, e in particolare con la Siria, l’Egitto e i territori dell’Impero Romano d’Oriente, a seguito di avvenimenti bellici e traffici commerciali.
Certo è che fin dall’ultimo ventennio del XIII secolo fino circa alla metà del XIV, è documentata a Murano anche un’attività di decorazione a smalto su vetro (Gregorio da Napoli, Bartolomeo da Zara, Donino). Dal XIII secolo poi i vetrai avevano avuto uno statuto, in latino, contenente le norme disciplinari che dovevano regolare l’attività della corporazione; nel 1441 esso venne riformato, redatto in volgare e si chiamò “Mariegola dell’Arte dei verieri de Muran”. Nella “Mariegola” (o Matricola) si davano precise disposizioni riguardanti la disciplina della corporazione in tutte le fasi della sua attività, dalla fabbricazione alla vendita del prodotto, dal pagamento delle tasse alle relazioni tra padroni della fabbrica, i maestri e gli altri lavoratori.
GLOSSARI
Strumenti e parole del Maestro vetraio
AVOLIO Elemento di giunzione, generalmente in cristallo, che in un bicchiere o in un vaso o in un tipetto unisce il bevante al gambo o il gambo al piede. Assume la forma di piccolo rocchetto.
BALLOTON Tecnica usata per ottenere un particolare effetto ottico. Si basa sull’uso di uno stampo in metallo contenente all’interno delle punte a piccola piramide a base quadrata che, nella soffiatura, danno un effetto di rilievo incrociato. Ricoprendo una péa, stampata a balloton, con una coperta si ottiene l’effetto bullicante o a bolle, consistente in una miriade di piccolissime bolle d’aria rimaste intrappolate tra i due strati di vetro. Applicando una foglia d’oro sulla péa dopo averla soffiata nello stampo balloton e togliendo poi, con una spazzola, l’oro davanti agli incavi si ottiene un altro effetto interessante a reticolo d’oro o alveare.
BARDELLA assicella in legno fissata a una coscia del maestro (o due sulle due cosce), per appoggiare la canna durante la lavorazione, poi sostituita da bracci sullo scagno.
BOCCA Apertura della fornace attraverso la quale si leva il vetro e lo si riscalda durante la lavorazione. Ne deriva bocca del paelato, bocca della fornasa. La bocca rimane chiusa da un coperchio durante la fase della fusione.
BOLO Termine muranese per indicare il grumo di vetro fuso che viene levato dal crogiolo con la canna.
BORSELLA Pinza in ferro che serve per modellare il vetro. Può avere forme e funzioni diverse: da siegar per strozzare o aprire la pèa; da pissegar; rigadin che imprimono una stampatura come le nervature delle foglie, la forma dei petali dei fiori etc. Le borselle sono assieme alla canna il principale attrezzo del maestro vetraio.
BRONZIN piastra di ferro, ma un tempo di marmo o bronzo, sulla cui superficie il vetraio fa rullare il bolo per conferirgli una forma cilindrica o a pera. Questa operazione è chiamata anche “marmorizar”.
CALCHERA Forno a riverbero costruito in modo che la volta del forno rifletta il calore delle fiamme sul pavimento; era usato per preparare la fritta calciando la miscela vetrificabile a 700-800 °.
CANNA DA LEVAR, CANNA DA SUPIAR Attrezzo fondamentale del maestro vetraio fu probabilmente inventato nella seconda metà del I secolo a.C. da vetrai siriani. Trattasi di un tubo metallico (lungo circa 1,4 m) con il quale si preleva il vetro dal crogiolo; la testa della canna, generalmente più grosso del resto, viene preriscaldata per agevolare l’adesione del vetro e quindi immersa nel fuso mantenendola in rotazione. Con questa manipolazione il vetro, sufficientemente viscoso, si incolla al metallo della canna formando una posta; questa, modellata prima su un ripiano (una volata in marmo o bronzo, ora in ghisa), viene trasformata in una sfera cava per soffiatura. Da questo sbozzo, con una serie di altre operazioni si ottiene l’oggetto desiderato. Nel gergo muranese il termine canna appare solo nel XIX secolo mentre sin dal XIV secolo tale attrezzo fondamentale veniva chiamato ferro o ferro sbuso.
CAVADA o CAVADA DE FOGO Periodo estivo di inattività delle fornaci durane il quale i forni dovevano essere spenti e il lavoro sospeso.
CAZZA DA INFORNARE pala che serve a versare nel crogiolo la fritta e i cotizzi (da un documento del 1347).
CAZZA DA MISSIAR utensile di ferro dal lungo manico terminante in un cucchiaio usato per traghettare il vetro fuso da un crogiolo all’altro.
CAZZA DAI TRAGHETTAR pala che serve a levare il vetro già fuso dal crogiolo e colarlo in conche piene d’acqua (da un documento del 1348).
COLATURA Tecnica impiega nella fabbricazione delle lastre da finestra e da specchio. Inventata nel XVII secolo in Francia, in sostituzione dei metodi precedentemente usati; consiste nel colare il vetro entro apposite forme rettangolari a formare una lastra.
COLLETTO Collarino di vetro che rimane attaccato alla punta della canna dei vetrai, dopo che l’oggetto lavorato è stato staccato; termine presente nelle scritture muranesi sin dal 1496. In inglese “cullet”, sinonimo di rottame da rifondere.
CONCA Contenitore in ferro, largo e basso, in cui si versa il vetro residuo che viene tolto dal crogiolo e che può essere riutilizzato successivamente come rottame da rifondere.
CONZAOR Operaio addetto al controllo e alla preparazione del vetro nella fase di fusione. Il “conzator vitreorum” appare in un documento del 1444. I conzaori avevano alle dirette dipendenze gli operai furlani che li aiutavano nelle suddette mansioni.
COTISSO Vetro mezzo cotto cioè non completamente finito di fondere o affinare; in passato, era così indicato il vetro di prima fusione che veniva prelevato dal crogiolo e veniva gettato in acqua per sminuzzarlo e poi infornarlo nuovamente per completare la fusione. Ora per cotisso si intende il vetro che, finita la lavorazione, rimane nel crogiolo e viene versato in conca per essere riutilizzato come rottame in una successiva fusione.
COVERCIO Serve a chiudere la bocca del forno durante la fusione; al centro porta un piccolo foro dove si infila la punta di un ferro per poterlo spostare o togliere. I coperchi più piccoli vengono chiamati portine.
CROGIOLO Contenitore o vaso fusoreo nel quale, in passato la fritta, ora la miscela delle varie materie prime, mescolate a rottame, viene portata a fusione per preparare il vetro. Il crogiolo era preparato impastando generalmente silice ad argilla refrattaria e il procedimento di fabbricazione dei crogioli richiedeva molti mesi di lenta essicazione dopo la formatura. Le dimensioni dei crogioli sono le più varie; in passato contenevano solo alcune decine di chili di vetro, ora si arriva anche a mille chili. Le forme erano in genere cilindriche in sezione verticale, e rotonde o ovali in sezione orizzontali. Per alcuni tipi di vetro, per esempio il vetro contenente piombo, si possono usare anche crogioli cosiddetti coperti; con questa soluzione si riducono le perdite per volatilizzazione del piombo.
DIATRETA Così chiamate dall’archeologo Winckelmann alcune coppe del I-IV secolo a.C., talora in forma di secchielli, prodotte con un acrobatico lavoro di intaglio su oggetti di grosso spessore. Il procedimento prevedeva la realizzazione di un vaso o coppa di notevole spessore dal quale venivano asportate a intaglio alcune parti superflue, creando un reticolo attaccato alle pareti solo per mezzo di sottili ponticelli. Esempi classici di questa lavorazione sono la Coppa di Trivulzio e la Coppa Constable Maxwell.
FAÇON DE VENISE Oggetti in vetro sodico soffiati in stile veneziano, realizzati nei secoli XVI e XVII da vetrai muranesi emigrati nelle Fiandre e in Spagna.
FANGO DI BARENA Argilla dei fondali della laguna, usata come materiale antiaderente per il vetro caldo.
FARASSA Vassoio di ferro a forma quadrata sul quale vengono posti i vetri nel forno di ricottura.
FONDITA Fusione, trasformazione delle materie prime dallo stato solido cristallino allo stato fuso, amorfo, vetroso. L’operazione si compone della fase di infornaggio della miscela, (una volta della fritta), della fusione e dell’affinaggio a ottenere un vetro privo di bolle e omogeneo. Nel passato la temperatura raggiungibile nel forno andava probabilmente dai 1000° ai 1200° C per cui i tempi necessari ad avere un vetro ben fuso, cioè omogeneo e ben affinato erano molto lunghi, anche 4-5 giorni. Il processo per arrivare al vetro fuso passava generalmente per due fasi: la prima consisteva nel far reagire vetrificante e fondente a bassa temperatura in modo da far iniziare le reazioni chimiche e la seconda nella fusione della fritta dl crogiolo. Per i cristalli c’era anche una terza fase: il vetro, dopo una prima fusione veniva versato in acqua, per omogeneizzarlo e per sciogliere i sali insolubili e, quindi definitivamente rifuso una seconda volta.
FORCELLA Lungo ferro terminante a bidente, adoperato da forcellante per introdurre, spostare o togliere i vetri dal forno di ricottura o ara.
FORFE Forbice adoperata dall’impiraressa ma anche, con forma particolare, tagiante del maestro vetraio.
FRITTA Prodotto di prima reazione delle materie prime, utilizzata in passato e sino all’inizio del XVIII secolo (con l’introduzione del nitrato potassico) per rendere più veloce la fusione finale. Il vetrificante e il fondente, mescolati tra loro e talvolta impastati con acqua, vengono messi , per lacune ore, in calchera, forno a riverbero a bassa temperatura (700-750°C), dove iniziano le prime reazioni chimiche, non sempre con formazione di fuso, che consistono nella formazione di silicati alcalini, più facilmente fusibili, con eliminazione dell’anidride carbonica, per decomposizione dei carbonati, e degli eventuali residui carboniosi presenti nelle ceneri vegetali, ciò che rende più agevole l’affinaggio nella successiva fusione. Dopo questo trattamento, anche non subito, la fritta, con l’eventuale aggiunta di coloranti, opacizzanti e rottame, viene de finitamente fusa nel crogiolo; la fusione avviene quindi in due fasi, formazione della fritta e fusione vera e propria. Con questo procedimento si acceleravano i tempi di fusione che, date le basse temperature dei forni fusori, 1000-1200° C, erano comunque notevolmente lunghi, anche 4-5 giorni nel XVI secolo. Oggi le temperature di fusione, sempre nei forni a crogiolo, raggiungono anche i 1400 °C e il passaggio attraverso la fritta non è più necessario. Il termine fritta appare per la prima volta in un documento muranese del 1347, in precedenza tale prodotto intermedio appare col termine “maxia vitrei” nel capitolare dei fioleri del 1271.
GASTALDO capo dell’arte dei vetrai, rappresenta i padroni di fornace, viene eletto annualmente dal XIII al XVIII secolo.
INGHIER ferro a uncino che serve a mettere e togliere la portina davanti alla bocca del forno (da un documento del 1770).
INGHISTERA, INGHISTARA, ANGHISTERA Voce arcaica per caraffa dal collo lungo e senza manico. Assieme ai moioli o muioli costituiva un prodotto seriale di basso valore estetico lavorato a Murano da vetrai di seconda categoria detti buffadori.
LEVADA prelievo del vetro fuso dal crogiolo con la canna da soffio.
L’ERA zona di ricottura. Ne derivò il termine inglese “lehr” o “leer” (attuale forno di ricottura).
MANARETTA O MANERETTA attrezzo simile a un pettine che serve per ottenere decorazioni superficiali come quella del vetro “a piume” o “fenicio”.
MARMORIZAR vedi Bronzin.
MOLADURA Incisione, intaglio. Fase di finitura della produzione di un oggetto di vetro, nella quale avviene la molatura, levigatura e poi lucidatura del pezzo, passandolo a varie ruote o mole di diversa capacità abrasiva.
MUFFOLA Forno a muffola per la ricottura dei vetri, detto anche a fermo per distinguerlo dal fono a tunnel nel quale i vetri sono deposti in carrelli che vengono spostati lungo un tunnel mentre nella muffola esistono solo dei ripiani. Inoltre mentre il forno a tunnel lavora in continuità, il forno a muffola è discontinuo, nel senso che il ciclo di ricottura ha inizio solo quando la camera della muffola è riempita di oggetti da cuocere.
PADELLA vedi Crogiolo.
PALETTA DE METALLO utensile a lungo manico usato per trasportare un oggetto di piccole dimensioni che deve poi essere completato.
PÈA, PELA da pera; primo embrione dell’oggetto in fase di formazione. Deriva dalla prima levada o pallina che, sottoposta a marmorizzada, a soffiatura iniziale, seconda levada, ulteriore soffiatura e magiossada, diventa un bolo vitreo già sbozzato e insufflato, pronto per essere consegnato la maestro per la rifinitura.
PETTINE vedi Manaretta.
PINSE Attrezzi utilizzati per modellare il vetro nella lavorazione a mano libera.
PIRIA Imbuto. Nella fabbricazione delle conterie è un recipiente in ferro, a forma di imbuto, nel quale si mescolano sabbia di mare, perline grezze e siribiti.
PONTELLO Ferro con prelevata una piccola quantità di vetro, adoperato dal vetraio quando debba fissare il pezzo dalla parte opposta alla canna da soffio, prima di staccarlo da questa, per rifinirlo ulteriormente. Ferro pieno lungo 10 cm circa, diametro 10-30 mm. utilizzato dal servente per levare il vetro dal forno. Il puntello più sottile è chiamato speo.
RIGADIN E RIGADIN RITORTO Decoro ottenuto soffiando la pallina in uno stampo, in genere di bronzo, che porta delle scanalature a sezione triangolare. La pèa diventa costolata, se il vetro viene anche ritorto durante la stampigliatura si ottiene il rigadin ritorto. Si può anche, dopo un riscaldamento alla bocca del forno, rimetterla pallina già stampata nello stesso stampo torcendola in senso inverso. Si ottengono così delle striature a diagonali incrociate.
SCAGNO Panchetto o scanno. Sedile di legno, senza spalliera, sul quale lavoro il maestro. Sedile molto largo munito di due braccioli, bardelle, sui quali il maestro fa rotolare la canna durante le operazioni di formatura dell’oggetto; è ampio anche perché vi devono trovare posto tutti gli attrezzi che egli usa.
SERAURO bocca di uscita del forno.
SESSOLA Recipiente in legno, a fondo concavo, usato dalle impiraresse per tenere le perle che devono essere infilate negli aghi.
SOFFIATURA La tecnica della soffiatura venne scoperta nella seconda metà del I secolo a.C. probabilmente nella regione siro-palestinese e venne rapidamente sfruttata dalla fiorente industria romana. Tale scoperta costituisce il momento più rivoluzionario nell’evoluzione della tecnica vetraria; a lungo andare essa portò all’abbandono della maggior parte dei procedimenti di lavorazione a nucleo friabile e a colatura, sino ad allora i soli esistente, e fece seria concorrenza alla produzione di molti oggetti di uso domestico quotidiano prima fabbricati in ceramica. La soffiatura può essere fatta a mano libera oppure soffiando il vetro entro uno stampo.
SPEO piccola canna di ferro pieno destinata a prelevare dal crogiolo piccole quantità di vetro per decorazione.
SPINADOR DE FORNAZA O SPINANAUR DAI MESSADAR VERI ferro che serve a mescolare il vetro nel crogiolo. Usato per mettere certi coloranti nel vetro già fuso e rimescolare (da documenti del 1439 e del 1512). L’operazione oggi si chiama «dar a spignauro».
STIZADOR addetto al forno e alla ricottura; sposta via via gli oggetti dalla zona più calda verso la bocca di uscita del forno.
SUPIETO asticciola di ferro forata nel senso della lunghezza e terminante con un cono nella quale il maestro soffia per rendere omogeneo lo spessore del vetro.
TAGIANTE Forbice o cesoia utilizzata dal vetraio durante la formatura del pezzo per tagliare via il vetro eccedente. Le taglianti si distinguono in tagianti dritte e tagianti tonde. Le prime hanno e lame come le normali forbici e servono per tagianti tonde. Le seconde hanno invece le lame ad angolo con la parte acuta rivolta verso l’interno e servono per tagliare in tondo.
TAGIOL Paletta di ferro di forma rettangolare con manico di legno e bordi taglienti, usata dal maestro per fare piccoli incavi o righe sulla pela.
TAMISO Setaccio in legno con rete di filo di ferro o acciaio a maglie molto fitte usato dell’omo dele partie per setacciare la sabbia onde eliminare i grani più grossi o altre impurità accidentali.
VESSIGA Grande pèa di forma cilindrica formata nella fase iniziale per la produzione delle lastre da specchi.
Lavorazioni e composti del vetro
Cristallo: vetro incolore, trasparente e molto terso ottenuto con materie prime depurate e decolorato con biossido di manganese. Ritenuto, fin dal Medioevo, il più pregiato vetro muranese, si differenzia per la sua composizione sia dal cristallo di Boemia sia da quello inglese.
Filigrana: vetro ottenuto con una raffinata tecnica decorativa a caldo, inventata a Murano nella prima metà del XVI secolo, che prevede l’utilizzo di bacchette contenenti fili lisci in lattimo o in vetro colorato. Se i fili nelle bacchette sono ritorti (o a spirale) la filigrana è detta “a retortoli”; se le bacchette sono incrociate è detta “a reticello” o “doppia”.
Flint glass: termine rimasto ad indicare il cristallo inglese ottenuto, dopo lunga sperimentazione, con l’aggiunta alla miscela di ossido piombo e patentato nel 1674 da George Ravenscroft.
Foglia d’oro e d’argento: foglie ovvero lamine sottili di oro o di argento, usate per la produzione del mosaico d’oro o d’argento. Le dimensioni sono generalmente di 8×8 cm e lo spessore è così sottile che da 20 grammi di oro si ottengono 6 metri cubi di lamina. Nel vetro soffiato, dove è possibile raccogliere con la posta di vetro caldo la foglia d’oro o d’argento, ricoprendola poi con un ulteriore prelevo dal crogiolo. In seguito alla soffiatura definitiva la foglia metallica si frantuma in piccoli lacerti o in un pulviscolo d’oro o argento, con effetti molto suggestivi. I più antichi vetri veneziani a foglia d’oro, a noi noti, risalgono, alla seconda metà del XV secolo.
Incalmo: tecnica vetraria che consente la realizzazione di oggetti costituiti da parti distinte unite a caldo. In uso dal XX secolo.
Incisione all’acido: decorazione della superficie del vetro ottenuta con l’uso di acido fluoridrico, ottenendo un’incisione di profondità variabile, leggera o maggiormente scavata.
Incisione alla ruota: decorazione della superficie del vetro con disegni realizzati grazie all’incisione più o meno profonda mediante dischi di rame ricoperti da materiale abrasivo. In uso dal XVII secolo.
Mezza stampaura: tecnica decorativa, già in uso presso i romani e ripresa a Murano nel XV secolo, che consiste nell’applicare a caldo sul fondo di un soffiato, ancora attaccato alla canna, un’ulteriore calotta vitrea e nel riprendere la soffiatura in uno stampo costolato aperto, in modo da ottenere costolature a rilievo.
Morise: tipica decorazione muranese a forma ondulata, eseguita applicando a caldo un cordoncino di vetro pizzicato con le borselle da “pissegar” (pizzicare).
Pittura a smalto: decorazione eseguita a pennello sulle pareti dell’oggetto, utilizzando un miscuglio di vetro polverizzato, pigmenti colorati, ossidi metallici e sostanze grasse. La fissazione si ottiene riportando l’oggetto alla bocca del forno a circa 900-1000°C. È chiamata anche pittura a smalti fusibili, ed è in uso a Murano dalla fine del XIII secolo.
Pittura a freddo: segue gli stessi procedimenti della pittura a smalto ma senza il trattamento termico. Per questo dà luogo spesso a cadute di colore. In uso dal XVI secolo.
Smalto: vetro bassofondente (700-900°C) destinato alla decorazione di oro, argento e rame in oreficeria, e anche di vetri soffiati o di ceramiche. Erano colati in piastre dove appariva il sigillo della fabbrica e venduti agli orefici. L’opacità era data dal biossido di stagno. Già nel 1317 troviamo citato nelle carte veneziane l’opus smaldorum.
Vetro battuto: tipo di vetro la cui superficie viene leggermente abrasa con una mola, in modo da produrvi dei “bolli” rotondi, piccoli e irregolari, tutti orientati nella stessa direzione, che danno al manufatto l’apparenza di essere stato battuto come il ferro.
Vetro “a piume” o fenicio: tipo di vetro decorato con un avvolgimento di fili di vetro o lattimo, stirati con uno speciale attrezzo detto pettine e nel Novecento maneretta, in modo da ottenere una decorazione ondulata. In uso dal XVI secolo, nel XIX prende il nome di “Fenicio”.
Vetro corroso: effetto dovuto a corrosione artificiale della superficie mediante acido fluoridrico. La superficie dell’oggetto viene ricoperta con uno strato irregolare di cerca fusa, mediante spugnatura; immergendo poi l’oggetto in un bagno contenente segatura e acido fluoridrico, si ha corrosione nelle zone non protette dalla cera. L’effetto ottenuto è simile a quello ad una superficie ghiacciata. Metodo ora abbandonato per il rischio sanitario connesso all’uso dell’acido fluoridrico o dei suoi sali.
Vetro ghiaccio: così chiamato per la somiglianza con il ghiaccio screpolato e percorso da spaccature. Questo effetto si ottiene immergendo l’oggetto semilavorato ancora caldo in acqua fredda e poi di nuovo nel forno. In uso dal XVI secolo.
Vetro Primavera: vetro ornamentale creato da Ercole Barovier per la Barovier & Toso, caratterizzato da una superficie traslucida interamente coperta da screpolature: i manici e i bordi della base e dell’imboccatura sono in vetro nero.
Vetro pulegoso: tipo di vetro ornamentale opaco creato da Napoleone Martinuzzi negli anni Venti del Novecento per Venini; è caratterizzato dall’inclusione di miriadi di bollicine di gas che conferiscono alla superficie dell’oggetto un aspetto butterato.
Vetro satinato: vetro trattato con acido fluoridrico e fluoruro ammonico, conferisce alla superficie del vetro un aspetto satinato.
Vetro scavo: tipo di vetro ornamentale dalla superficie scabra con una finitura opaca a imitazione del vetro antico, in predominanza grigia, ma anche con striature di vari colori.
Vetro sommerso: tipo di vetro che si ottiene immergendo il vetro in lavorazione in crogioli con diversi colori. L’oggetto risulta così costituito da più strati trasparenti diversamente colorati anche di grosso spessore. In uso dal XX secolo.
Lattimo: tipo di vetro di colore bianco opaco, che ricorda quello del latte, dal quale deriva il nome, destinato fino al XV secolo alla produzione di mosaici e smalti. Assai simile alla porcellana, viene poi realizzato anche per la soffiatura, per produrre oggetti ad imitazione delle prime porcellane cinesi giunte a Venezia. Era opacizzato di solito utilizzando calcina di piombo-stagno o ossido di stagno.
Vetro calcedonio: tipo di vetro decorativo opaco ottenuto aggiungendo e mescolando nel fuso sali d’argento e altri ossidi di coloranti per imitare le pietre semipreziose come l’agata, il calcedonio, l’onice, la malachite, il lapislazzuli. Dalle carte muranesi il primo sicuro accenno al calcedonio risale al 1460.
Vetro girasole: Vetro opacizzato con arseniato di piombo che ricorda nell’aspetto la pietra anonima, varietà traslucida e opalescente di opale. Vetro introdotto nella tecnologia muranese dal 1693, secondo una ricetta del ricettario Darduin.
Opala, opale, opalin, opalina: Vetro di aspetto simile all’opale, leggermente opalescente; chiamato anche acqua e anice. Il vetro, che appare nel XVII secolo è opacizzato con l’arsenico di piombo e viene chiamato anche girasol.
Avventurina o venturina o stellatia: la “venturina”, chiamata a Venezia anche stellaria, è un vetro caratterizzato dalla presenza di pagliuzze brillanti, costituite da minuscoli cristalli di rame metallico precipitato durante il raffreddamento del fuso. Per la sua riuscita, incerta e difficile, quasi una “ventura”, fu appunto chiamata “venturina”. Il segreto della produzione, perduto alla fine del XVII secolo, sembra sia stato ritrovato agli inizi del successivo da Vincenzo Miotti.
Mosaico: decorazione nota fin dall’antichità, ottenuta accostando secondo un disegno predeterminato piccoli pezzi, detti tessere, di pasta vitrea o vetro su una base di intonaco.
Mosaico d’oro: la sua preparazione a Venezia è descritta in ricettari fin dal XV secolo. Si tratta di una lamina di vetro su cui è applicata, mediante chiara d’uovo, una sottilissima foglia d’oro sopra la quale, nel forno, viene colato uno strato di vetro fuso. Il vetro è poi schiacciato con una piastra di ferro quadrettata, da cui si ottengono le tessere di mosaico.
Murrina: Termine usato per indicare oggetti preparati secondo una metodologia antica che risale ai tempi alessandrini e romani. La tecnica, ricostruita a Murano negli anni 1870, consiste nell’accostare a freddo, secondo un certo un certo disegno, delle sezioni di canna variegata oppure segmenti di bacchetta o anche elementi prefabbricati di varia forma e colore, il tutto a formare un mosaico policromo disposto su un piano di materiale refrattario. L’insieme viene poi gradualmente riscaldato sulla bocca del forno sino a determinare l’incipiente rammollimento degli elementi mosaico; ciò favorisce, anche con l’aiuto di strumenti palette adeguati, il compattamento dei vari elementi fra di loro a costituire una piastrina coesa. Questa piastra a disco, ancora calda, viene appoggiata su una sagoma convessa in materiale refrattario così da altro oggetto di forma aperta. Dopo ricottura, l’oggetto prodotto deve essere rettificato, molato e lucidato per togliere le irregolarità di spessore e per rendere la superficie liscia e lucida.
Murrina in piano: se l’accostamento, in genere di dischetti di canne massicce da conteria, avviene “in piano” si ottiene un’unica murrina. Per particolari oggetti è necessario ricorrere a una sagomatura a caldo e a una finitura alla mola. Sistema ripreso a Murano nel XV secolo dalla vetraria romana.
Murrine in canna: vengono accostate a freddo “canne” da conteria. Il fascio viene fatto rammollire e viene quindi “tirata la canna”. Dalla canna sono tagliati dischetti che riproducono il disegno iniziale miniaturizzato. Sistema iniziato a Venezia attorno alla metà del XIX secolo.
Canna di vetro: bacchetta di vetro di vario spessore monocroma o policroma, se composta da più strati di vetro, che, tagliata in sezioni, è utilizzata per fabbricare vetro mosaico o vetro murrino. É inoltre usata per realizzare la filigrana e le conterie.
Canna da perleri: Bacchetta di vetro trasparente od opaco, ottenuta per tiratura manuale da un grosso prelievo; la tiratura si sviluppa in un lungo corridoio, vicino al locale dei forni, dopo aver attaccato un secondo ferro al bastone già preformato sul ferro.
Canna da speo: Canna forata di diametro piuttosto grosso i cui segmenti infilati in sottili perni metallici venivano arrotondati alla fiamma per farne grani da paternostri o conterie.
Canna massiccia: Canna piena, bacchetta.
Canna sbusa: Canna con foro più o meno grosso rispetto al diametro, tubo, tubetto.
Canna stampada: Bacchetta o canna di sezione esterna non rotonda, ma poligonale.
Canna millefiori: canna di vetro formata da più strati di vetro di forme e colori diversi che riproducono in sezione lo stesso motivo decorativo per tutta la lunghezza.
Millefiori: Fin dalla seconda metà del XV secolo nelle vetrerie muranesi invalse l’uso di decorare la parete dei soffiati con sezioni di canna rosetta caratterizzata da strati concentrici di differente colore, talvolta formanti tipici motivi a stella o a fiore. Il nome di millefiori dato a tale decorazione deriva dal fatto che la superficie dell’oggetto così decorata ricorda un campo di fiori. Questa tecnica non venne mai del tutto abbandonata e conobbe un’epoca di grande favore tra la fine del XIX secolo e il periodo liberty.
Vetro a mosaico: realizzato con frammenti di vetro (tessere e/o sezioni di bacchetta) di diversi colori accostati tra di loro e fusi insieme. In uso dal XIX secolo.
Conterie o perle: Con questo termine si indicavano le perle di vetro, realizzate sezionando per taglio una canna forata di grosso diametro e arrotondando a caldo i cilindretti ottenuti, dopo averli infilati in spiei (spiedi) metallici; questo lavoro era seguito da paternostreri. Con lo stesso termine venivano indicate le perle che i suppialume ottenevano lavorando a lume una bacchetta vitrea. Dall’Ottocento il termine definisce le perle di dimensioni molto piccole, quelle che in passato erano chiamate margarite; in questo caso l’arrotondamento dei cilindretti avveniva per trattamento a caldo in apposite ferraccie o vassoi metallici e successivamente nel tubo.
Canna per conterie: lunga asticciola di vetro massiccia oppure forata. La canna forata si usa nella normale produzione di perle; quella massiccia, l’unica utilizzata fino all’ultimo quarto del XV secolo, si usa tuttora nella produzione di perle lavorate “a lume”.
Canna rosetta: le canne rosetta sono canne piene o forate formate con strati di vetro di diverso colore modellati, a ogni prelievo in uno stampo aperto con sezione a forma di stella. Dalle canne vengono ricavati per taglio dei cilindretti, recanti in sezione caratteristici motivi a stelle concentriche, che serviranno a realizzare perle, collane, oggetti soffiati e massicci. Prelevando con una posta calda i dischetti di canna rosetta, questi, per ulteriore riscaldamento, si inglobano nello spessore del vetro e creano così, dopo soffiatura, l’effetto millefiori. La produzione muranese di canna rosetta risale alla fine del XV secolo.
Lavorazioni: perle “a lume” Si ottengono dalla canna massiccia, riscaldata con una fiamma (“lume”), colata su un filo metallico, talvolta ricoperto di argilla, che viene tenuto manualmente in costante rotazione. Forme diverse si ottengono variando lo spessore dello strato di vetro colato oppure modellandolo con appositi utensili. Le perle possono essere ornate con vari disegni ottenuti per colatura di canne non forate, molto sottili (1-2 mm di diametro).
Altre perle: si ottengono tagliando la canna forata in cilindretti di lunghezza pari al diametro (taglio Quadro). La forma sferica si raggiunge ponendo i cilindretti riscaldati in un contenitore con una miscela di sabbia di mare, polvere di carbone e calce, all’interno del quale vengono fatti rotare. Le perle ottenute vengono separate dal miscuglio di sabbia e infine lucidate con crusca di grano.